La vendetta od il perdono?
Una volta un’amica mi diceva, ovviamente scherzando, che lei è d’accordo con la vendetta. “L’unico che ha perdonato tutti (Gesù, ndr), abbiamo visto che fine ha fatto,” diceva. “Vuoi fare la stessa fine?”
Sembra un’affermazione blasfema, ma ha i suoi perché. Pensiamo a tutte quelle persone che se ne infischiano altamente di essere perdonate. Io ne conosco alcune. Che senso ha perdonarle? A chi giova?
Pensiamo a tutte quelle persone che godono nel fare del male agli altri. Conosco anche delle persone cosi. Ho sempre tentato di capire le loro motivazioni. A volte, lo fanno per avidità, altre volte lo fanno per sentirsi importanti, superiori agli altri, altre ancora per imporsi, per guadagnare rispetto oppure notorietà ed a volte, semplicemente perché sono malvagie dentro.
A cosa servirebbe perdonare queste persone? Tanto, capita raramente che abbiano una coscienza per poter capire il valore del tuo gesto.
La cosa più difficile in assoluto è, paradossalmente, perdonare le persone a cui vogliamo bene, le persone che amiamo. Anche perché le ferite che loro ci hanno procurato sono più profonde delle altre.
Ma la vendetta è peggio, è una vera schiavitù fino al suo compimento, una schiavitù che imputridisce l’anima, che la consuma. La persona che si vuole vendicare rimane attaccata al colpevole, riscoprendo mille volte la stessa ferita, ricordando ogni santo giorno quel particolare episodio per il quale si vuole vendicare, covando rancori, nervosismi, sensazioni di impotenza.
“La vendetta è un piatto che si consuma freddo”, dicono. Ci sono delle persone che coltivano una vendetta per decine di anni, senza rendersene conto, che fino al compimento della vendetta non vivono, non hanno una vita, perché in realtà la loro vita è governata da quello al quale la si vuole far pagare.
Certo, lì per lì, quando subisci un torto il tuo cervello elabora miliardi di ipotesi di vendette e se avessi i mezzi in mano in quel momento le metteresti in atto tutte quante. Ma, per fortuna, in questi casi mancano quasi sempre i mezzi.
Ed allora ecco perché ha senso perdonare: non per chi ci ha fatto il torto, ma per noi stessi. C’è qualcosa di egoistico nel perdono, anzi più di una cosa: intanto è una liberazione. Quando perdoni ti liberi dalle energie negative accumulate, ma ti liberi anche dalla persona che hai perdonato, ti lasci alle spalle la ferite che l’altro ti ha provocato. Sei finalmente libero di vivere la tua vita. È anche una dimostrazione di forza. Si, di forza. Perché hai avuto la forza di uscire da quella gabbia costruita da quel episodio negativo. Puoi usare le tue energie per fare altro, qualcosa di costruttivo per te stesso.
Ed infine, vuoi mettere la soddisfazione di aver dimostrato all’altro che sei migliore di lui? Perdonandolo puoi persino guardarlo dall’alto verso il basso, quasi dicendo: “vedi quanto sono generoso? IO. “ Come quei ricchi che buttano con disprezzo una monetina ad un povero mentecatto. Perché il perdono arricchisce il tuo essere interiore e, paradossalmente, anche la tua autostima diventa maggiore. Tu sai fare qualcosa che l’altro non sa: tu sai perdonare. Non sempre il perdono è sinonimo di amore. Certo, quando c’è l’amore di mezzo, perdonare sembra avere più senso: perdoni per non perdere quella persona. Ed anche questa è una motivazione egoistica.
Mi viene in mente una poesia che ci insegnavano all’asilo: si chiamava “Il cagnolino zoppo” di Elena Farago. Parlava di un cagnolino che era rimasto zoppo dopo che un cattivo ragazzino l’aveva colpito con una pietra. Ed il cagnolino aveva sofferto tanto, pensava quasi di morire. Si riprese, ma poi si rese conto che lui sarebbe rimasto zoppo a vita e che non sarebbe stato mai in grado di giocare con i bambini come i suoi fratellini. E questo lo faceva stare triste e piangere sempre perché era lasciato da solo mentre gli altri giocavano. Il bambino cattivo iniziò a fargli visita ed a portargli dello zucchero per rimediare in qualche modo a quello che aveva fatto. Ecco cosa dice il cagnolino: “Adesso viene a portarmi lo zucchero e vorrebbe essermi buono / Anche io potrei mordergli la gamba, cosi per vendicarmi. / Ma voglio fargli vedere, al cattivo, che un povero cagnolino/ Ha un cuore migliore di quello che ha avuto lui. “
(ovviamente la traduzione è approssimativa e quindi le rime sono difficile da conservare, ma credo che il senso sia chiaro).
Ecco, in questi giorni mi sono ricordata di questa poesia. E come il cagnolino di questa poesia, dico: ti perdono.
CATELUSUL SCHIOP
Eu am numai trei picioare
Si de-abia ma misc: top, top!
Rad cand ma-ntalnesc copiii
Si ma cheama “cutu schiop”.
Fratii mei ceilalti se joaca
Cu copiii toti, dar eu
Nu pot alerga ca dansii,
Ca sunt schiop si cad mereu!
Si stau singur toata ziua
Si plang mult cand ma gandesc
Ca tot schiop voi fi de-acuma
Si tot trist am sa traiesc.
Si cand ma gandesc ce bine
M-as juca si eu acum
Si-as latra si eu din poarta
La copiii de pe drum!…
Cat sunt de frumosi copiii,
Ce cuminti, si cat de mult
Mi-ar placea sa stau cu dansii,
Sa ma joc si sa-i ascult!
Dar copiii rai la suflet
Sunt urati, precum e-acel
Care m-a schiopat pe mine,
Si nu-i pot iubi defel…
M-a lovit din rautate
Cu o piatra in picior,
Si-am zacut, si-am plans atata,
De credeam ca am sa mor…
Acum vine si-mi da zahar
Si ar vrea sa-mi fie bun,
Si-as putea sa-l musc odata
De picior, sa ma razbun.
Dar il las asa, sa vada,
Raul, ca un biet catel
Are inima mai buna
Decat a avut-o el.
