Mauro Cascio

Beh, al mio caro amico, nonchè scrittore preferito (finalmente gli faccio un complimento, così si sente bene e non mi mette più il muso) devo dedicarli una pagina intera. Tutta per lui.

Perchè è davvero speciale. Di lui voglio pubblicare le pagine che mi sono piaciute di più.

Tutte dedicate all’amore.

Dal suo ultimo libro – „Fenomenologia della sfiga”

Cap.30 – „Tutti giù per terra”

MA È LAMORE IL CAMPO IN CUI  tutti ci sentiamo particolarmente sfortunati. Perché non ha mai funzionato, perché non è mai andata per come l’abbiamo sognata, perché tutte le volte che abbiamo temuto che andasse male, è andata peggio, perché lei, la donna della nostra vita, capelli scuri e sguardo magnete, è stata col nostro miglior amico, col nostro peggior nemico, è stata col dj alla radio, è stata con l’autotrasportatore, è stata con quello che non hai mai capito cosa esattamente facesse nella vita, insomma: è stata con tutti tranne che con te. E tu hai dato corpo e cuore a questa felicità inespressa che si è accartocciata come tutte le poesie che hai buttato e sei diventato cestino, sei diventato sguardo basso, che non vola, che sta a terra, come il tuo umore, come i tuoi discorsi che d’un tratto non sono più parabole, ma rette, senza invettiva, senza guizzi, senza quei giri che la ubriacavano. Perché lei diceva che le tue parole, oh cielo le tue parole, avessero gli uomini le parole tue e così diceva che tu eri speciale, che tu eri diverso, che poi la tua diversità consisteva che la dava a tutti ma non a te ma tu questo non lo sapevi e non potevi saperlo, non lo sospettavi nemmeno, perché ti sentivi importante, ti sentivi come Casanova non era mai stato, davi a tutti del voi, mantenevi le distanze, eri un aristocratico dell’amare e dell’amore, eri uno che tutto sapeva, che tutto teneva per sé e che nulla dava agli altri. Lei diceva: starei ore ad ascoltarti, starei ore a leggerti e tu credevi che l’amore questo fosse: tentare di esprimerlo. Io mi mettevo davanti ad una lettera e ogni volta d’accapo, come se lei non lo sapesse già che l’amavo perché questo basta dire: io ti amo. Io invece credevo lo si dovesse ripetere ogni volta, e ogni volta meglio, che bisognasse fare i letterati, che lo si dovesse mettere in versi, in rima, in musica, che lo si dovesse mettere in qualche modo per emozionare. E questo ho fatto: io l’ho detto e ripetuto e ripetuto ancora. Fino alla noia. Fino a quando lei non c’era più. E mica ho smesso: ho continuato anche dopo, me lo sono detto da solo, a spirale, mi ci sono avvitato dentro a questa solitudine improvvisa, come un colpo di freddo che ti prende a torso nudo, come una laringite che ti lascia senza voce per dire: mi manchi, e tu abbracci tutto in questa disperata voglia di non esser solo, abbracci amici e cuscini e parenti e  a tutti fai sapere che ti manca, che ti manca lei, che non c’è altro motivo per cui vivere, per cui scrivere, per cui lavorare. Anche quando ti senti bravo, e tu sei bravo, è come se mancasse qualcuno per cui farlo, come se lei fosse l’aria, come se lei fosse anima, come se lei fosse te. E quando se ne è andata senza salutare sei rimasto appeso come si rimane in ascensore quando la luce va via all’improvviso, e tu te ne stai lì, fermo, al buio, e ti ci vuole pure un po’ prima di capire cosa è successo. Ecco, è la stessa cosa: lì cerchi il campanello da suonare, per gridare aiuto, e fai tutto il composto, come se in realtà non fossi preso dal panico, qui è uguale solo che non sai cosa suonare, non sai come gridare aiuto, passano i giorni, i mesi, gli anni e tu fai tutto il serio, tutto composto e precisino, dici: la vita va avanti, ma dentro no, dentro è tutto come allora, dentro sei alle lettere che scrivevi, a lei che ti baciava, al suo corpo che desideri ancora, alle labbra che le mordevi, e ti sembra di non poter carezzare altri capelli che i suoi. E sei tutto combattuto tra questo dentro e questo fuori, e niente puoi chiedere in prestito, niente puoi bere che ti scivola, hai paura di confessarti, perché hai paura di crollare, hai paura di dovere ammettere quanto t’è costato amare.
L’amore è essere liberi e folli, lo sai, ma non lo cambieresti, perché resta questo grande mistero di cui vuoi essere succube, vuoi prendere appunti ai suoi piedi, vuoi andare a scuola, vuoi chiedere consiglio ai genitori; non lo devi scoprire, l’amore, è lui che deve stringere te, ti deve cogliere alla sprovvista, se no che gusto c’è? È tutto noto e tutto chiaro.
Guai a comprenderlo, guai a capirlo. È segno che non ami. Se vuoi il controllo è la tua ragione a dettare legge, non il cuore. È come ostinarsi ad amare solo bicchieri di carta, che sai esattamente cosa prendi e cosa dai. Invece sei sedotto da questa follia, come fare giro girotondo intorno a un pozzo in pietra, tra la nebbia e sotto la luna, e giri, giri in tondo con altri folli come te, giri, giri, giri e caschi pure il mondo, caschi la terra. Tutti giù per terra.

Dal „Diario del Seduttore”

……

„Una cosa bella, frizzante, elettrica, persino proibita come la nostra storia quando nacque divenne un peso, un’angoscia da cui liberarsi, un vortice, ti giuro, un vortice da cui mi sembrava di non poterne uscire piu. Tu avevi in mano la mia felicita e la mia tristezza. Tu eri il paradiso e la perdizione. La meraviglia e lo scandalo. L’ossimoro e il paradosso. L’angelo piu dolce e il demone piu crudele. La donna per cui esplodere di contentezza e per cui soffrire. E l’unico modo di sfuggire a tutto questo cielo senza colore era sfuggire la vita, non affrontarla, attendere, cambiare il fuso orario, il tempo, lo stato, la percezione; passarci di sotto, di lato. Mai finire dove ci si aspettava di essere trovati”.

…..

 

„Siedi? Sei stanca? Mi accorgo alla fin fine che non t’ho mai detto grazie. Che e poi, se vogliamo, l’unica cosa che avrei dovuto dirti quando sono sceso dalla tua Uno amaranto e fuori non mi ricordo che tempo facesse, ma forse la pioggia veniva giu a dirotto e il cielo era nero. Avrei dovuto dirti grazie per quello che ho provato, per la ricchezza, si dice, no? Per la ricchezza. Diciamo anche se sembra banale. Sembrano tutte banali le frasi del mondo quando devi dire qualcosa di importante. Ti verrebbe di dirla in una lingua sconosciuta. In ebraico. Non in quello biblico, che ha solo le consonanti ed e troppo semplice, no, in quello moderno con tutti i suoi dagesh. M’e solo dispiaciuto non poterti dire questo, semplice semplice, banale banale, che il nero non ha cancellato il bianco. Tu non mi hai né scritto né cercato e a me non e restato altro che custodire questa storia per me, sapendo bene che per come la vivo io e la periferia della tua. Questo dovevo dirti quando sono sceso dalla tua Uno amaranto. Grazie, comunque per quello che mi hai dato. E non ragioniamoci nemmeno su quello che non mi hai potuto dare. Almeno, questo e quanto penso oggi, abbiamo recuperato un rapporto normale, da amici. Teneri.Affettuosi. E questo aiuta, sai?
Non sai quanto e umiliante non aver nessun tipo di rapporto con una persona che ha contato tanto nella tua vita. Non sapere cosa fa, come sta. Non poterglielo chiedere con tutta la banalita del mondo. Anche se adesso i telefoni a disco non ci sono piu, e forse nemmeno il fermoposta. Ci sono i cellulari e le email. Adesso mi rendi tutto piu sereno. E come fare i conti col tuo passato. Prima c’era questa mappazza che pesava, quasi non fosse piu una parte di te.
Una cosa che hai paura di affrontare, con cui non sai come fare i conti, che
provi a tenere giu e che torna su quando meno te lo aspetti. Il ricordo e infame, e codardo, sa sempre come ferirti e dove colpirti. Sa sempre dove trovarti e mica funziona che esci fuori di casa e lasci scritto: non ci sto, non disturbatemi. Lui sa sempre andare dritto nelle tue debolezze”.

……….

Vedi, amore mio, un rapporto e’ come una rosa. Non puoi ragionare solo delle spine.Ancora questa banalita che mi si appiccica addosso. Ci manca solo che mi metto a zompettare tre metri sopra il cielo. Ti prego, pero, accettalo tutto questo mazzo. Anche se, e vero, con dodici anni di ritardo. Grazie di tutto. E non darti pena per me. Volevo solamente vederti sorridere. Vederti sorridere ancora”.

 

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